Fatima vive a Rovigo e ha risposto a un annuncio di lavoro a cui era interessata. In risposta ha ricevuto un no secco solo perché il suo nome è arabo. Insieme all'avvocato Cathy La Torre ha denunciato l'accaduto

 «Il suo nome mi dice che lei è araba quindi niente da fare». Un sms stringatissimo che si porta dietro la discriminazione che, ancora oggi, esiste nel nostro Paese. È accaduto a Fatima, 25 anni, di Rovigo, dov’è arrivata da piccolissima insieme alla sua famiglia, originaria del Marocco, che ha deciso di rispondere a una richiesta di lavoro pubblicata su un noto sito di annunci e in risposta ha ricevuto una porta chiusa in faccia perché «dal nome sembri araba».

Non era la prima volta: capita spesso che i ragazzi e le ragazze di seconda generazione che vivono in Italia denuncino episodi di questo tipo.

E Fatima ha deciso di denunciare ciò che ha subito. Lo ha fatto prima pubblicando sui social lo screenshot della conversazione avvenuta via sms con l’intestatario dell’annuncio, poi si è rivolta alla legge, nella persona dell’avvocato Cathy La Torre, sempre in prima linea nella difesa dei diritti di tutti, soprattutto degli invisibili. Come lei stessa racconta nel libro appena pubblicato per Mondadori, Nessuna causa è persa.

«Invito tutti a non lasciar stare questi episodi quando ne siete vittime», continua Fatima nel suo video denuncia. «Perché si tratta di pura discriminazione e siamo tutelati dalla legge alla quale possiamo rivolgerci». La legge che ci tutela in questo caso è il decreto legislativo 215 del 2003. «Prevede che non si possa discriminare qualcuno in ragione della sua nazionalità o della sua religione e di altri fattori nella ricerca di un posto di lavoro», ci spiega Cathy La Torre. «In questo caso la discriminazione che ha subito Fatima è evidente perché la persona lo ha scritto. Dunque ci rivolgeremo a un giudice perché condanni questa discriminazione, per chiedere un risarcimento del danno ma soprattutto per ottenere la pubblicazione dell’eventuale sentenza di condanna su uno dei media nazionali, come previsto dalla legge stessa, perché la legge prevede proprio questo, ovvero che le sentenze che condannano la discriminazione debbano essere portate a conoscenza del grande pubblico».

A spingere Fatima alla denuncia sono stati anche i tantissimi messaggi di donne, arabe e non, che in queste ore le hanno mostrato vicinanza e hanno a loro volta raccontato le discriminazioni subite. «È come quando a una donna si chiede a un colloquio di lavoro, se vorrà avere dei figli o meno», conclude La Torre. «Dobbiamo fare in modo che queste discriminazioni vengano rimosse».


Fonte: https://www.vanityfair.it/