Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, il re saudita Salman, Melania e Donald Trump a Riyadh, il 21 maggio 2017di Catherine Cornet, giornalista e ricercatrice

Raramente un evento diplomatico aveva scatenato così tanta satira nel mondo arabo: forse per dimenticare l’accordo sulla vendita di armi per 110 miliardi di dollari, che rappresenta un vero pericolo per l’Iran e per l’intera regione.

Dalla canzone Welcome America – eseguita in un approssimativo inglese saudita e inserita in una melodia tradizionale araba – all’impressionante incapacità di Trump di seguire una danza in due tempi;

dalla pettinatura bionda che trasforma Trump da “nemico” ad “amico” dei musulmani a seconda degli interessi statunitensi, alla “Trump/tromba” con cui il presidente è disegnato mentre amplifica la musica suonata dal re saudita Salman; dal viso spaventato di Steve Bannon a Riyadh, alla foto iconica dei tre potenti – il generale egiziano Abdel Fattah al Sisi, re Salman e Trump – intorno a un globo bianco sulla falsa riga del Trono di spade. Immagine che ha avuto migliaia di commenti.

Tanti presidenti statunitensi hanno visitato l’Arabia Saudita, e nel mondo arabo la lunga alleanza tra i due stati non è un segreto, come ricorda il sito di Al Jazeera con una ricostruzione temporale che ricorda le grandi tappe dell’alleanza, a cominciare dall’accordo di mutua difesa (mutual defense assistance agreement) del 1951.

Pochi presidenti si sono però prestati allo show come ha fatto la squadra di Trump, l’amministrazione paradossalmente più antislamica della storia, dall’‘islam ci odia’ di Trump durante la campagna elettorale al più recente divieto d’ingresso ai cittadini provenienti da alcuni paesi musulmani (muslim ban).

È familiare vedere i leader arabi e non andare a prostrarsi davanti ai petrodollari sauditi, ma la reverenza del presidente Trump davanti a re Salman ha fatto molta impressione nel mondo arabo e rappresenta una vittoria simbolica senza precedenti per i sauditi.

Oltre alla danza della sciabola, la visita ha dato luogo alla vendita di armi per oltre 110 miliardi di dollari e alla dichiarazione di un nemico comune, l’Iran. Si parla del più grande accordo sugli armamenti della storia degli Stati Uniti – il primo produttore di armi al mondo – e che prevede inoltre la creazione di un’industria locale saudita di armi. L’Arabia Saudita è il più grande importatore di armi al mondo e intende così diversificare la sua industria e produrre da sé il 50 per cento dei propri armamenti entro il 2030, come ha dichiarato il ministro della difesa Mohamed bin Salman.

Per il professor Robert Springborg, che segue con grande preoccupazione la corsa alle armi in Medio Oriente, si tratta di un fatto pericolosissimo per la pace globale: l’Arabia Saudita ha moltiplicato i suoi armamenti negli ultimi dieci anni e “quando uno compra tante armi, ha poi tendenza a usarle”, spiega.

Il martirio dello Yemen
Le dirette conseguenze di un riarmo saudita sono sentite in primis dal vicino Yemen. Nel paese, uno dei più poveri al mondo, secondo le Nazioni Unite dall’inizio del conflitto con i ribelli houthi, due anni fa, sono stati uccisi almeno 4.773 civili e 8.272 sono stati feriti. Sette milioni di persone soffrono la fame e il colera sta dilagando. Visto dallo Yemen l’accordo è una vera catastrofe: il quotidiano yemenita Al Thawra pubblica in prima pagina un articolo di Human rights watch intitolato “Trump premia i crimini di guerra sauditi con più armi’.

L’articolo ricorda che dopo il bombardamento illegale di un funerale in Yemen, nell’ottobre del 2016, l’amministrazione Obama aveva sospeso una vendita di armi per circa 400 milioni all’Arabia Saudita; oggi, con una vendita di più di 100 miliardi, “quasi la stessa somma venduta in otto anni di amministrazione Obama”, Trump “manda un messaggio completamente diverso e altamente problematico” per il futuro dello Yemen.

Non è un caso che gli autocrati nati sulle ceneri delle primavere arabe siano contenti del nuovo presidente statunitense: parlano la stessa identica lingua. Infatti il generale Al Sisi ha dichiarato di condividere la stessa battaglia contro il terrorismo, come riporta il giornale governativo Al Ahram.

Il leader egiziano ha anche insistito sull’importanza delle relazioni strategiche tra Stati Uniti ed Egitto, ma il cambiamento geopolitico e la perdita di influenza dell’Egitto in favore del Golfo è chiara: nel 2009 Barack Obama pronunciava il suo discorso dal Cairo, otto anni dopo il discorso al “mondo islamico” è fatto da Riyadh.

Iran
Rompendo totalmente con la politica di Obama verso l’Iran, con cui aveva cercato il riavvicinamento grazie ai negoziati sul nucleare, Trump ha avuto una retorica molto violenta verso Teheran, facendo eco all’anatema lanciato da re Salman contro il rivale regionale sciita. Questo aspetto è stato sottolineato dal quotidiano panarabo Al Hayat, che ha citato il discorso saudita fortemente antiraniano: “Re Salman ha dichiarato che il regime iraniano è stato la guida del terrorismo globale dalla rivoluzione di Khomeini fino a oggi e che la regione non conosceva il terrorismo prima della rivoluzione iraniana, accusando Teheran anche di rifiutare tutte le iniziative orientate a creare buoni rapporti tra i paesi della regione”.

L’intromettersi degli Stati Uniti in un conflitto regionale – e in particolare tra Arabia Saudita e Iran – è preoccupante per il mondo arabo: la priorità per Riyadh è fermare quello che percepisce come la pericolosa espansione dell’Iran nella regione, dal suo sostegno ai ribelli houthi in Yemen alla Siria di Bashar al Assad fino alla “militarizzazione” dell’Iraq, spiega il quotidiano Al Araby.

Vista con gli occhi dell’altro grande alleato americano nella regione, Israele, la corsa al riarmo dell’Arabia Saudita rappresenta un diretto atto di aggressione nei suoi confronti. Lo ha scritto Haaretz prima dell’arrivo di Trump in visita ufficiale: “Dopo il discorso di Riyadh, Trump arriva in Israele come un opportunista messianico”.

Il primo viaggio del presidente americano all’estero cominciato in Arabia Saudita dice anche di un altro grande cambiamento nella diplomazia statunitense perfettamente illustrato dall’alleanza dei tre leader intorno al globo di luce: le questioni di democrazia o di diritti umani non solo non sono più di attualità per la regione, sono addirittura sparite dalla retorica diplomatica.


Fonte: http://www.internazionale.it