Ida Zilio GrandiSi apre a Venezia l’edizione 2018 della quinta edizione dei Venice Seminars, organizzati dall’Associazione Internazionale Reset-Dialogues on Civilizations e dal Center for the Humanities and Social Change dell’Università Ca’ Foscari. Tema: «La nostra cultura moderna è tale anche per il contributo che quella islamica le ha fornito nei secoli» e relatrice è Ida Zilio-Grandi, docente di Lingua e letteratura araba all'Università Ca’ Foscari di Venezia, autrice tra l’altro de «Il Corano e il male» (Einaudi, Torino, 2002) e dal 2015 membro del Comitato dell'Islam in Italia, presso il Ministero dell'Interno, a Roma.

Il suo intervento «La virtù della tolleranza. Note sulla radice s-m-h nella tradizione islamica», in programma il 7 giugno, ha l'intento di dimostrare che la tolleranza è un concetto essenziale della religione islamica, sebbene il termine samàha, il più comune nel lessico arabo-islamico di oggi, non si manifesti nel Corano. Partendo proprio dai tanti significati di questa parola, con Zilio-Grandi scopriamo le numerose affinità fra la nostra cultura e quella islamica.

Etimologicamente la parola tollerare deriva dal latino “tòlero” e viene tradotta in sopportare, rinunciare a opporsi, soffrire, subire, resistere. Quindi, c’è una differenza con la parola islamica, forse più positiva, di cui lei parla nel suo intervento?
Nel mio intervento parlo appunto di una certa differenza di contenuti tra il latino tolerantia e l’arabo samàha, il termine che i pensatori musulmani di oggi impiegano per esprimere lo stesso concetto. Il dato interessante è che samàha non contiene l’idea di sopportazione, e manca quel rapporto con il patimento e la sofferenza che invece è chiarissimo nel latino tolerantia. Invece, samàha rimanda direttamente alla generosità e alla nobiltà d’animo, all’abbondanza e alla ricchezza anche ma non solo in senso morale, e si esprime nella volontà di agevolare il prossimo, di facilitare la vita degli altri. Quindi, prima ancora che tolleranza, samàha è magnanimità e liberalità, una forma di tolleranza che ricorda da vicino il grande valore islamico della misericordia o clemenza, in arabo rahma. Si tratta di una generica e incondizionata volontà di bene che deve guidare il comportamento del buon credente e che include il rispetto dell’altro e della sua dignità. Per altri versi la samàha si avvicina anche alla virtù islamica dell’assennatezza o hilm, la capacità di ripagare il male con il bene, la forza d’animo che permette di non vendicarsi pur avendo l’opportunità di farlo. E condivide anche i contenuti del valore islamico per eccellenza, il sabr, un termine normalmente tradotto con pazienza ma che indica più precisamente la capacità di fronteggiare gli eventi senza perdersi d’animo e senza modificare le intenzioni.

L’intolleranza occidentale è diversa da quella islamica?
L’intolleranza è intolleranza comunque e dovunque e la storia ci dimostra che la convinzione di possedere verità assolute, con le vessazioni e le violenze che questo può generare, ha poco a che fare con la religione. Mi permetta però un appunto: è vero che l’uso di «occidentale» come antitetico di «islamico» è ormai comune, ma credo che dovremmo abbandonare questa coppia di termini, non equiparabili tra loro — un territorio contro un attributo personale — e talmente vaghi entrambi da aggiungere confusione a confusione. Ovviamente occidentale è correlativo di orientale, e islamico si può avvicinare a ebraico e a cristiano, oppure si può pensare ad altre dottrine filosofiche e etiche. In ogni caso resta da chiarire cosa intendiamo per occidentale: liberale? progressista? democratico? ma siamo sicuri che l’Occidente sia così? E se per islamico intendiamo tradizionalista e retrivo, oscurantista e autoritario, dovremmo chiederci se questi aggettivi non si possano, se non altro qualche volta, applicare anche all’Occidente. E poi i musulmani sono, e sempre di più, anche in Occidente, e sono quindi degli occidentali islamici.

Di solito l’intolleranza è più religiosa che civile?
Se pensiamo, come vuole la nostra Costituzione, che il diritto alla libertà religiosa è un diritto politico fondamentale, è chiaro che ogni intolleranza religiosa è anche intolleranza civile, perché diventa lo strumento per una discriminazione dei fedeli delle religioni non “tollerate”. È questo che è emerso molto chiaramente nei lavori del Consiglio per l’Islam italiano presso il Ministero dell’Interno, a cui ho partecipato. Abbiamo cercato di lavorare sui valori fondamentali che reggono il vivere civile proprio per conseguire sia una tolleranza religiosa sia un tolleranza civile.

Tra le tre culture (occidentale, mediorientale, orientale) quale è la più intollerante?
Mi è difficile rispondere a questa domanda, anche perché non conosco sufficientemente le culture dell’Estremo Oriente. Restando al mondo di cui mi occupo, vorrei però ricordare che proprio agli esordi della storia islamica c’è un’esperienza molto interessante, quella della convivenza dei musulmani emigrati a Medina con le tribù ebraiche e i politeisti già presenti in città. Questa convivenza venne regolamentata da un documento sottoscritto dal Profeta e dagli altri residenti della città immediatamente dopo l’egira del 622 d.C., ed è un documento che definisce i diritti e i doveri di tutti, tutti considerati, sebbene con diritti personali differenti, parte di una medesima umma o comunità, almeno nella terminologia impiegata da questo documento; alcuni studiosi lo chiamano «Costituzione di Medina» perché lo ritengono espressione di un proto-costituzionalismo; e lì c’è, per esempio, un articolo che recita esplicitamente che gli ebrei e i musulmani hanno ciascuno la loro religione. Affermazioni simili si trovano anche nel Corano, per esempio nella sura detta «dei miscredenti». Qualcuno pensa che questa tolleranza islamica si giustifichi con il fatto che allora l’Islam era agli esordi e non aveva ancora forza sufficiente a esercitare costrizioni; comunque sia la legge islamica ha sempre riconosciuto alle popolazioni monoteiste non musulmane uno «statuto di protezione» con il diritto di praticare la propria religione e anche di regolare da sé le questioni inerenti lo statuto personale. Per di più, secondo alcune scuole giuridiche, questo «statuto di protezione» andrebbe esteso perfino ai politeisti. I «protetti» pagavano in cambio una tassa che sostituiva la tassa legale islamica detta zakàt. Lo stesso riconoscimento della libertà di religione si ritrova poi nell’Impero ottomano con il sistema della millet. In questo senso, dovremmo forse sfumare la convinzione che la tolleranza religiosa sia una caratteristica della cultura occidentale di epoca moderna. Certo ci sono delle eccezioni, a volte molto rilevanti, come quella della dinastia Fatimide in Egitto, o degli Almohadi in Andalusia. E poi, a tutt’oggi, c’è la grande questione dell’apostasia e della testimonianza delle altre religioni nello spazio pubblico.

Il concetto di tolleranza quindi esiste nel Corano e chi lo interpreta non lo riconosce?
Il Corano, alcuni versetti più di altri, è sempre stato interpretato variamente secondo le scuole di pensiero, e anzi la vastissima letteratura religiosa islamica altro non è alla fine che l’insieme dei diversi tentativi di interpretare il Corano. Le rispondo però con un’altra evidenza: negli ultimi decenni, anche prima dell’11 settembre, molti studiosi di appartenenza e impostazione islamica hanno dedicato il loro lavoro alla tolleranza nell’Islam, per lo più in risposta alle accuse mosse contro la loro religione. I titoli a questo proposito non si contano, dall’Egitto all’Arabia Saudita, e ne parlo al convegno. Certo, sono titoli in arabo, una lingua ancora troppo poco conosciuta, e nessuno li traduce. Comunque, tutti questi testi prendono avvio dai versetti coranici a favore della tolleranza. Tra quelli più citati, c’è «non vi sia costrizione nella religione», un vero luogo comune nella discussione da parte islamica, così importante da essere ripreso nelle dichiarazioni islamiche dei diritti umani formulate dopo la dichiarazione del 1948. Le opere islamiche contemporanee sulla tolleranza si appoggiano anche ai detti del Profeta, e lì non c’è che l’imbarazzo della scelta: «Siate tolleranti affinché gli altri siano tolleranti con voi», oppure «la fede migliore sta nella pazienza e nella tolleranza», oppure «Dio ama la tolleranza nel giudizio».

I fanatici islamisti sono sempre esistiti o sono aumentati ultimamente?
Il fanatismo religioso nell’Islam esiste fin dal principio, ed è un fanatismo intra-islamico. Nel primo secolo dell’egira i kharijiti accusavano di empietà tutti gli altri musulmani, e allo stesso modo nell’Egitto novecentesco Sayyid Qutb accusò i governanti e la società del suo tempo di essere regrediti alla fase preislamica, all’epoca di ignoranza dell’Islam. Ma, come dicevo, dobbiamo considerare che l’accusa di takfìr, insomma l’anatema, è cosa che i musulmani possono rivolgere solo ad altri musulmani.

La nostra cultura moderna è totalmente antitetica a quella islamica?
Anche qui, «moderno» e «islamico» sono termini ambigui, i loro confini sono porosi e fluidi e alla fine creano confusione. Prima di tutto, la nostra cultura «moderna» è tale anche per il contributo che la cultura islamica le ha fornito nel corso dei secoli. E poi questa antitesi si può negare a maggior ragione se nella «cultura islamica» includiamo le sue numerose varianti, i molti modi in cui essa si manifesta. Chi è stato ad Abu Dhabi o visita in questi giorni il padiglione degli Emirati Arabi alla Biennale difficilmente potrà convincersi che Islam è il contrario di modernità.

L’Islam moderato esiste?
L’Islam è moderato per definizione, visto che il Corano chiama la comunità islamica una «comunità di mezzo», e anche «una comunità che segue la via mediana». In altri termini, a partire dalla sua scrittura sacra, l’Islam si autodefinisce una religione del giusto mezzo che ha in odio ogni forma di eccesso nel credo e nell’operato. Nel Corano si legge anche che «Dio non ama coloro che eccedono», e in questo senso tutti gli eccessi sono banditi e virtualmente contrari alla religione. Il punto è che quando diciamo Islam moderato non pensiamo alla medietas ma alla mediocritas (non aurea) e così ci immaginiamo un «musulmano moderato» che è facile al dialogo e all’intesa solo perché è moderatamente musulmano.

Ci sono punti in comune fra Corano e Bibbia, sui quali si potrebbe agire per avvicinare le due culture?
Sono talmente vicini che alcuni studiosi, con i quali personalmente non concordo, hanno cercato di dimostrare che il Corano è frutto di ambienti culturali ebraici e/o cristiani. I maggiori punti in comune tra i due Libri, ma anche con altre tradizioni culturali religiose e non, si trovano a mio avviso sul piano della moralità. Sono convinta che l’orizzonte della moralità costituisca il grande terreno comune, oltretutto senza forzature di senso. L’idea che la moralità islamica sia diversa dalla nostra è davvero un abbaglio e una falsità: la gratitudine, la capacità di riconoscere l’errore e di pentirsi, il perdono e il condono, la simpatia universale, la gentilezza e la dolcezza dei modi, la lotta alla povertà e la ridistribuzione della ricchezza, l’ospitalità, la salvaguardia della pace, il rispetto per l’ambiente, o come dicevo prima la medietà, solo per dare qualche esempio, sono temi che il Corano afferma, che la Sunna attesta in mille modi e che molti intellettuali contemporanei esplorano per ricordarli ai confratelli. È importante rilevare, far conoscere, insistere su questi valori, che d’altra parte sono più importanti dei precetti e dei doveri perché ne sono la linfa vitale, la motivazione ultima. Sta anche a noi scegliere di cosa parlare, dopotutto.

In Italia stando ai dati ministeriali del 2016, sette musulmane su dieci sono obbligate a stare chiuse in casa, non possono andare a scuola a studiare né cercarsi un lavoro. L’integrazione è ancora un’utopia?
Non conosco questi dati, ma posso rispondere per la mia esperienza di docente. A Ca’ Foscari abbiamo avuto e abbiamo moltissime studentesse musulmane, che vengono a lezione con il velo oppure senza velo come detta loro la coscienza, e quando poi si laureano l’espressione sul viso delle loro madri e dei loro padri è di felicità e soddisfazione assolutamente totali. Queste ragazze non stanno tra di loro, ma si accompagnano ai coetanei, a lezione e per le calli di Venezia, e sono sicuramente da considerare parte integrante della nostra società come lo sono della nostra comunità universitaria; e fino a prova contraria non c’è ragione per pensare che non lo debbano essere anche i loro fratelli. Quello che è certo è che nel processo di integrazione il sistema educativo gioca un ruolo importantissimo.

Che ruolo ha la donna all’interno della cultura islamica?
La donna è il reciproco dell’uomo, il complementare, l’«altro dei due», come afferma il Corano molte volte e in vari modi. E sulla dignità della figura femminile in questa cultura, basta considerare il fatto che il Corano è l’unico dei tre Libri sacri che si rivolge anche alle donne e ha cura di usare espressioni del tipo «i credenti e le credenti» oppure «gli oranti e le oranti». Ed è l’unico che non accusa Eva di aver tentato Adamo, e invece li accusa tutti e due di disubbidienza allo stesso modo e per gli stessi motivi. Sul piano giuridico invece il Corano penalizza la figura femminile, come tutti sanno, specialmente in tema di diritto matrimoniale ed ereditario. Ma la cultura islamica non è solo il Corano né solo la Sunna del Profeta; è invece un vasto amalgama di «culture», e prima ancora di individui, di persone, con un’estensione geografica immensa e con una storia di quindici secoli. Il mio invito è quindi ad approfondirne la conoscenza e a coglierne la complessità, anche ma non solo sul tema della donna.

Ida Zilio-Grandi, docente di Lingua e letteratura araba all'Università Ca 'Foscari di Venezia. È autrice de Il Corano e il male (Einaudi, Torino, 2002); Una corrispondenza islamo-cristiana sull'origine divina dell'Islam (Patrimonio Culturale Arabo Cristiano (PCAC), Silvio Zamorani Editore, Torino, 2004); e Le opere di controversia islamo-cristiana nella formazione di una letteratura filosofica araba e Temi e figura dell'apologia musulmana ('ilm al-kalâm) in relazione al sorgere e allo sviluppo della "falsafa", in C. D'Ancona (ed.), Storia della filosofia nell'Islam medievale (Einaudi, Torino 2005). È editor dell'edizione italiana del Dizionario del Corano di M. A. Amir-Moezzi (Mondadori, Milano, 2007). Ha anche lavorato come consulente presso la casa editrice Marsilio, per la serie Le sabbie (1999-2001); al momento è consulente per le pubblicazioni arabo-islamiche nell'editoria Einaudi. Dal 2015 è membro del Comitato dell'Islam in Italia, presso il Ministero dell'Interno, a Roma. Partecipa come ricercatrice al progetto Oasis «Non è un'epoca di cambiamento, ma un cambiamento dell'epoca».

Qui sotto l’abstract dell’intervento
“La virtù della tolleranza. Note sulla radice s-m-h nella tradizione islamica” di Ida Zilio-Grandi ai Venice Seminars: Per esprimere l’idea della tolleranza come un atteggiamento di accettazione nei confronti di una pluralità di punti di vista, opinioni, modi di vita e convinzioni filosofiche e religiose, il termine più comunemente impiegato nel lessico arabo / islamico di oggi è samāḥa. Questa parola non si manifesta nel Corano, e neppure la radice da cui deriva, sebbene il concetto di tolleranza non sia in alcun modo estraneo al Libro. Al contrario: le tradizioni del Profeta Muhammad (Sunna) insistono sul comportamento tollerante (samāḥa, sumḥ) come elemento essenziale della religione islamica. Il documento qui proposto segue alcune idee avanzate da un certo numero di autori arabi musulmani contemporanei di diversi paesi di origine e varie inclinazioni dottrinali, ed esplora anche la nozione di tolleranza attraverso il suo rapporto con pazienza / perseveranza (ṣabr), supporto (yusr) e coraggio (shajā’a).

VENICE SEMINARS
“Un viaggio tra culture alla ricerca delle fonti della tolleranza”, evento all’interno dell’edizione 2018 dei Venice Seminars, i dialoghi filosofici Est-Ovest che si sono svolti per un decennio a Istanbul, è organizzato dall’Associazione Internazionale Reset-Dialogues on Civilizations e dall’International Center for Humanitiesand Social Change dell’Università Ca’ Foscari, in partnership con la Fondazione Cini.
I vari incontri si tengono dal 7 al 9 giugno alla Fondazione Cini, all’Isola di San Giorgio e all’Auditorium Santa Margherita dell’Università Ca’ Foscari. L’edizione di quest’anno ha come titolo “Fountainheads of Toleration. Forms of Pluralism in Empires, Republics, Democracies”, e vuole esplorare le fonti della tolleranza nelle diverse tradizioni culturali e religiose, in contesti secolari, liberali e confessionali riconducibili tanto alle macro regioni storiche del mondo (l’Occidente e l’Oriente), quanto alla storia del pensiero Cristiano, Ebraico, Islamico, Buddista, Confuciano e Induista. Per ogni tradizione filosofica, teologica e politica, all’interno del quadro della storia delle idee, e prendendo spunto dal pensiero degli intellettuali di riferimento, i Seminari analizzano i punti di svolta e i momenti critici che hanno condotto a una scelta tra una prospettiva esclusiva, estremista e fondamentalista, da un lato, e una visione inclusiva, pluralista e tollerante, dall’altro. Quali sono le sorgenti e le giunzioni della storia delle idee che hanno aperto la strada all’integrazione e al pluralismo culturale? Quali tra questi punti di svolta possono offrire una via d’uscita dalle contemporanee tendenze all’intolleranza, che sgorgano dalle identità culturali e religiose?

Gli autori internazionali sono: Cengiz Aktar, Giuliano Amato, Karen Barkey, Shaul Bassi, Seyla Benhabib, Homi Bhabha, Jacqueline Bhabha, Enrico Biale, Murat Borovalı, Giancarlo Bosetti, Marina Calloni,José Casanova, Alessandro Ferrara, Pasquale Ferrara, Pasquale Gagliardi, Simon Goldhill, Ahmet İnsel, Volker Kaul, JonathanLaurence, Tiziana Lippiello, Stephen Macedo, Liav Orgad, David Rasmussen, Massimo Raveri, Antonio Rigopoulos, Tatjana Sekulić, Federico Squarcini, Nayla Tabbara, Francesca Tarocco, Diego von Vacano, Pei Wang, Ida Zilio-Grandi. Maggiori informazioni sul sito www.resetdoc.org

Fonte: https://27esimaora.corriere.it